<<Per la qualità estetica raggiunta sublimando elementi naturali e realizzando una costruzione figurativa sofisticata e contemporanea. Per avere aperto una eloquente riflessione sul rapporto tra l’io e gli altri, in un contesto storico come quello attuale in cui la misura stessa dell’esistenza è commisurata ai “like” altrui. Un raffinato oggetto d’arte concettuale (ovviamente anche indossabile) che solleva istanze caustiche sulla nostra “liquida modernità”>>.

Con queste motivazioni siamo stati orgogliosi di conferire il Premio Natura Donna Impresa ad Agnese Taverna per l’opera “l’altro” ispirata ad un saggio di Sartre del 1944 “A porte chiuse” all’interno del PREMIO RIDEFINIRE IL GIOIELLO.

IL PREMIO NATURA DONNA IMPRESA in “RIDEFINIRE IL GIOIELLO” ad AGNESE TAVERNA

Come piacevole consuetudine Natura Donna Impresa anche quest’anno è partner dell’evento curato da Sonia Patrizia Catena che racconta in modo poetico e visionario le passioni, i mondi interiori ed eclettici di un numeroso e sempre crescente numero di creativi che con dedizione e studio immaginano universi, diffondono bellezza, seminano elegie di arte ed eleganza. Partecipare a “Ridefinire il Gioiello” diventa per noi, ogni volta, un vero viaggio verso l’immensità inconscia di artisti che si nutrono di emozioni e plasmano materie impossibili distillando “gioielli” che nello spazio reale della mostra, diffondono una sinfonia sublime. Con Agnese Taverna, a seguito del nostro Premio, abbiamo avuto modo di affrontare una piacevole conversazione per conoscere meglio il suo lavoro.

Come nasce la tua ricerca, Agnese?

Ciao. Per prima cosa vorrei ringraziare Sonia Catena di “Ridefinire il gioiello” e voi di Natura Donna Impresa per avere scelto il mio lavoro, cogliendo tutto il suo significato e mettendo in rilievo una vostra ulteriore interessante lettura riferita al mondo dei social.

La mia ricerca parte dal ritrovamento o dalla scelta dei materiali da utilizzare. Negli ultimi anni sto lavorando quasi solamente con legni di spiaggia e scarti di legni provenienti da realtà artigianali. Durante le mie uscite a passeggio per la spiaggia raccolgo i legni che mi sembrano interessanti, alcuni di questi, non subito evidenti, nascondono colori e disegni davanti ai quali non si può che provare ammirazione per la bellezza creata dal mondo naturale. Cerco di ridare vita a quelli che vengono considerati rifiuti. Osservazione, riciclo, senso dei materiali, sperimentazione, studi sulle culture tribali sono i presupposti per le mie creazioni.

In che modo il tuo mondo interiore emerge attraverso le tue creazioni?

Sicuramente attraverso la cura per forme astratte e o zoomorfe, anche immaginarie. Quando guardo un pezzo di legno o una corteccia, cerco di cogliere le sue particolarità. Osservandone la morfologia, accostandola ad altri materiali e spesso cominciando a lavorarla, inizia il processo di creazione. A volte ho bisogno di osservare a lungo il materiale sgrezzato e poi viene  tutto il resto, quasi  una scintilla. Poi, rimane solo (ma non è meno importante) il lavoro di rifinitura e assembaggio. L’unica differenza importante tra il legno di spiaggia e quello degli scarti artigianali sta nella doppia storia del primo – quella della pianta, con i suoi colori, le sue venature, il peso, e quella del lungo passaggio per i fiumi e per il mare, che a volte leviga, crepa, scolorisce e segna questo materiale duttile e allo stesso tempo magico. Il secondo, invece, ha meno magia, è stato già lavorato e trasformato dall’uomo. In ogni caso, cerco di lavorarli entrambi  in maniera simile, seguendo le venature, facendo risaltare  i nodi o i buchi di ospiti ormai volati via.

Come definiresti il tuo lavoro creativo?

Istintivo: quando raccolgo un legno di spiaggia o quando ne recupero uno dagli scarti di lavorazioni artigianali, è come se vedessi in quelle forme casuali un senso, un significato. Forse non è la parola giusta, ma direi che è quasi una sorta di che nasce da una sorta di apofenia.

Cosa sognavi da bambina?

Sognavo di fare l’archeologa. Ricordo che da bambina pensavo all’ebrezza che si può provare quando si trova qualcosa che potrebbe essere importante per la storia o per lo studio… il lavoro sul campo, gli scavi, la terra, la sabbia… l’immaginazione volava lontano in un mondo antico pieno ancora di misteri da portare alla luce. Ho scelto un’altra strada e ora lavoro nel teatro d’opera e creo gioielli – ma quello dell’archeologo rimane uno dei miei mestieri preferiti!

Quali sono le difficoltà che incontri con la tua attività?

Avere un proprio laboratorio è sicuramente molto costoso, ma vedo che in molte città stanno formandosi collettivi, spazi condivisi, residenze d’artista, spazi educativi e espositivi,fab lab che potrebbero portare a nuove realtà artistiche nate proprio dalla condivisione.

Cosa ti piacerebbe fare in futuro?

Di sicuro vorrei continuare a coltivare le mie due passioni: la creazione di gioielli e il teatro. Mi piacerebbe collaborare con altre realtà artistiche e artigiane e un po’ ciò che già sto sperimentando nel mondo del teatro – perchè credo che a volte possibilità, stimoli, inclinazioni di pensiero o idee si creino lavorando in gruppo e collaborando a un progetto comune.

 

Caterina Misuraca